Poco fa un amico ha condiviso per aiutarmi un mio post in cui seriamente cercavo persone dirette in Umbria in tempi brevi, per recapitare un oggetto. Facebook è riuscito a sorprendermi nuovamente, mostrandomi le muffe dell’esistenza; i sedimenti sabbiosi che distruggono gli ingranaggi empatici delle relazioni umane. Il commento di una persona mi ha colpito per la sua indiscutibile inadeguatezza e il suo essere inappropriato e fuori luogo. Riferendosi alla mia foto, scrive al suo amico con epigrafica sintesi “vedo che ha gli occhiali, che segaiolo“. Rassicuro tutti sul fatto che la mia miopia non è relazionata con la masturbazione altrimenti sarei cieco, come tutti gli uomini. Mi arrogo, inoltre, la presunzione di riconoscermi una buona dose di spirito, grazie a cui rido e scherzo con tutti; non voglio che pensiate che io non abbia colto l’elegante umorismo che aleggia sopra questo fine pensiero. L’ho colto. Purtroppo io non conosco neanche lontanamente colui che mi ha scritto questo signorile pensiero. Non lo conosco.

È qui, infatti, che entra in gioco lo sconforto. Mi rattrista pensare che ci sia qualcuno che senta la necessità di dileggiare qualcun altro per sentirsi bene o per essere simpatico. Azzardo un difficile transfer nella mente di questo personaggio che scrive, per tentare un’improbabile immedesimazione. Mentre cerco i perché di un così banale gesto goliardico salta fuori con prepotenza come risposta l’incapacità di sentirsi un tutt’uno con gli altri esseri umani. Ignorare il fatto che la MIA vita sia interconnessa con la vita di TUTTI, mi concede di far squadra con quelli che ritengo migliori, che sono quelli a cui appartengo, al fine di combattere, schiacciare, dominare, deridere gli altri. Ridere per ridere di altri ha lo stesso motore della comicità razzista o maschilista, perché pensi di essere nel gruppo di quelli che comandano, invece di sentirti un pezzo del tutto. È il costante errore di confondere una parte per il tutto. Perché capita che si pensi che la parte sia meglio che sentirsi uniti al tutto? Perché mai devo dividermi dal resto per garantire alla mia parte un privilegio rispetto al tutto?

Per tanti il calcio è una parte della vita che diventa tutto; può esserlo la moda, il denaro, può esserlo un cantante di successo, la carriera, il narcisismo, la brama di possedere o la violenza: parti dell’esistenza di ciascuno che si levano a surrogati del tutto, ma che tutto non sono. Le divisioni sono all’ordine del giorno anche per un musicista che pensa solo alla chitarra senza considerarla come facente parte del tutto più ampio che è la musica; e la musica come una parte del tutto più ampio che è la vita. Non è quindi possibile considerare solo la chitarra, estraendola dal tutto che è la vita. Dal momento che il tutto è più importante delle parti, la vita sarà più importante della chitarra, così come sarà più importante della moda e del calcio. Diversamente mi sto riferendo ad una parte come fosse il tutto, che però ha un diritto/dovere di prelazione sulle parti.

Allora nel considerare questa battuta nei miei confronti, fattami da uno sconosciuto, una piccolezza certamente trascurabile, mi rattristo per lui e per la sua esistenza inconsapevole e irresponsabile, unica spiegazione che possa giustificare un agire quotidiano così diviso dal resto. Inconsapevole perché le azioni non sono svolte con la consapevolezza necessaria ma con un’abitudine meccanica e tristemente ripetitiva. Irresponsabile perché l’incapacità di pensare criticamente rende l’uomo un automa nelle mani di chi comanda il gruppo di appartenenza, e gli nega la capacità di rispondere agli stimoli della vita, con coscienza e amore nei confronti del prossimo. Inconsapevole e irresponsabile è l’esistenza perché esistere non è ancora vivere: vivere è partecipare al flusso dell’eternità e del tutto costantemente. Non è possibile rimanere divisi; è una malata astrazione del pensiero.

Ripeto nuovamente che mai mi sarei interrogato tanto, se fosse stato un mio amico ad apostrofarmi così, o peggio (ed è sicuramente successo). Ciò che è nuovo per me e allo stesso tempo sorprendente, è il fatto di venir canzonato da qualcuno che non conosco, così senza scrupolo né riguardo, anzi apertamente e pubblicamente. Detto questo chissà che persona splendida è il sig. Nonticonosco, che ha scritto quel prezioso saggio sulla relazione tra occhiali e autoerotismo.

Non mi rimane che lavare i piatti adesso.

Quello che scrivo è sempre un personale pensiero che mai assurge a verità assoluta, né aspira a diventarlo. È un motivo di riflessione che serve a me e forse ad altri.

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