Ieri ho avuto una lunga e costruttiva conversazione con un amico che condivide con me il piacevole diletto del dialogo. A differenza delle innumerevoli conversazioni fàtiche, cioè che servono solo a stabilire una connessione con l’altro e a perfezionare il canale comunicativo senza passare nessun contenuto significativo (ad esempio “come va?”, “è arrivata finalmente la pioggia, con tutta questa siccità non si sapeva più come fare” o “cosa hai mangiato oggi?”), io e il mio amico abbiamo saltato direttamente i preliminari e ci siamo dati appuntamento direttamente per parlare. L’argomento è venuto imponendosi da solo senza che noi lo scegliessimo; quindi quello che segue è una mail che deriva da quell’incontro e che verrà spedita al mio amico come riflessione a freddo sui nostri discorsi.

Si è parlato a lungo dell’arte e della musica. Il mio amico è molto intelligente, ve lo dico subito, quindi la conversazione ha preso subito una strada in salita, tutta sconnessa ma dritta dritta che puntasse alla meta, per non perdere tempo. Il mio amico sostiene, citando altri che hanno sondato la definizione di arte prima di noi, che “ciò che distingue l’arte è che accade al di fuori di ciò che sappiamo”. Il tentativo di dare una definizione all’arte, ha fatto sorgere in me l’esigenza di scrivere quanto segue: 

Ciò che distingue l’arte è che accade al di fuori di ciò che sappiamo” non è una definizione. Sicuramente l’arte espande la nostra coscienza nella misura in cui ci presenta una visione del mondo  nuova per noi, che in tal modo ci arricchisce; tuttavia non direi che questa possa essere una definizione di arte, ma piuttosto una caratteristica. Tra le tante cose che fa, l’arte si occupa anche di allargarci la visione del mondo, quindi di avvicinarci al diverso.

La patente di arte, quindi, dipenderebbe dalla posizione di un’opera rispetto al confine della “comfort zone” di qualcuno, cioè se un’opera è fuori espanderà la visione del mondo del soggetto altrimenti no (allora per una nonnina della val di Cembra, i Prodigy sarebbero arte). Ciò toglie un valore intrinseco all’opera d’arte, cui, secondo me, non va tolto. Ci deve essere qualcosa nell’opera d’arte che la renda tale in maniera oggettiva. Vorrei subito fugare i sospetti che io mi stia riferendo all’oggettività dell’opera d’arte, cioè la parte di essa che si palesa ai miei sensi. Non sto parlando di caratteristiche oggettive del prodotto, quali la tecnica, la padronanza dei mezzi, la capacità organizzativa, compositiva, la forma, i colori e altro.

Facciamo un passo in un’altra direzione: l’arte, come dice Silvano Agosti noto cineasta, scrittore e poeta, è l’espressione dell’abisso dell’animo umano. Questa definizione mi piace perché in maniera poetica definisce qualcosa di astratto: rimane che comunque non so cosa siano l’abisso, né l’animo. Questo tentativo di definire un concetto astratto con una forma poetica, mi sembra il più rispettoso in assoluto, perché non si arroga il diritto di poter spiegare tutto come spesso crede l’essere umano. A lui, l’essere umano, non è concesso di arrivare a comprendere il Tutto, ma la poesia, cioè una forma di linguaggio metaforico, lo espande oltre i confini della propria fisicità. L’uomo non può spiegare Dio, ma lo può intuire. Rimane l’alone di mistero a proteggere le verità a cui non abbiamo accesso e che ancora non abbiamo intuito. Tornando all’opera d’arte, l’oggettività di cui parlo non è misurabile né quantificabile, perché non è insita nel prodotto, ma si trova in colui che produce l’opera. L’oggettività di cui parlo è difficile da misurare per me che fruisco dell’opera, ma non è difficile da verificare per colui che l’opera la crea.

Quali sono i tratti oggettivi di cui sto parlando? Prima di spiegarlo andrebbe fatta una digressione importante.

Coloro che non hanno ancora trovato la vera ricchezza, che è la gioia radiosa dell’Essere e la profonda pace incrollabile che ne deriva, sono mendicanti, anche se possiedono una grande ricchezza materiale. Cercano all’esterno brandelli di piacere o appagamento, conferme, sicurezza o amore, quando dentro di loro possiedono un tesoro che non solo comprende tutte queste cose, ma è infinitamente più grande di qualsiasi opportunità possa offrire il mondo. (…)
Essere è una condizione di connessione con qualcosa di incommensurabile e indistruttibile, che quasi paradossalmente coincide con la tua essenza, ma è anche molto più grande di te. Significa scoprire la tua vera natura al di là del nome e della forma. L’incapacità di avvertire questa comunione dà origine all’illusione della separazione da te stesso e dal mondo circostante. A livello consapevole o inconsapevole, ti percepisci come un frammento isolato dal resto. Nasce la paura, e i conflitti dentro e fuori di te diventano la normalità. (…)

Essere è la tua stessa essenza ed è immediatamente accessibile in quanto sensazione della propria presenza, comprensione di quel “IO SONO” anteriore alla definizione “IO SONO QUESTO” o “IO SONO QUELLO” .

Eckhart Tolle, Il potere di adesso, My Life, 2013, Coriano di Rimini.

Eckhart Tolle ci fa capire che la nostra vera essenza è scollegata dalla nostra biografia. Quello che sono in profondità non dipende dal posto in cui sono nato, ma il mio modo di pensare e reagire agli stimoli del mondo dipende, quasi sempre, in massima parte dagli usi, costumi, tradizioni, modi di pensare, appartenenze politiche del paese a cui appartengo. Tolle ci ricorda però che noi non siamo quel modo di pensare. Io non sono razzista. Io penso razzista. In decenni di vita così noi creiamo una falsa identità mentale che si sostituisce in maniera totale alla vera essenza.

Sempre da “Il potere di adesso”:

L’identificazione con la mente crea uno schermo opaco fatto di concetti, etichette, immagini, giudizi e definizioni che blocca ogni vero rapporto interpersonale. Si frappone tra te e la tua interiorità, tra te e il tuo prossimo, tra te e la natura, tra te e Dio. È questo schermo di pensieri che genera l’illusione della separazione tra te e un “altro” completamente disgiunto da te. Allora dimentichi il fatto essenziale che sotto l’apparenza fisica e le forme separate sei tutt’uno con ciò che esiste”.

Da queste illuminanti parole si capisce che ogni persona per agire rettamente nel mondo dovrebbe cercare di non identificarsi con i propri pensieri, che lo disgregano e separano da tutti i suoi simili ma cercare l’unità in se stesso e con il mondo. Sentirsi uno con il mondo, con la natura, con tutti gli esseri umani fa sì che ogni azione intrapresa sia finalizzata alla crescita e all’amore.

Ecco qui l’oggettività dell’artista. Il fruitore dell’opera d’arte non può misurare quanto disgregata e divisa sia l’essenza profonda dell’artista, cioè quanto l’artista sia identificato con la propria falsa identità mentale che lo fa agire in maniera scorretta. Il fruitore NON può; ma l’artista può e deve. L’artista deve prima di tutto trovarsi come ESSERE. Deve unire i pezzi della sua essenza, che un pensare disgregato ha reso separata dal tutto. Quando, dopo un percorso di ricerca, egli si “ritrova” può cominciare ad esprimere ciò che trova nell’abisso dell’animo umano, nella fattispecie il proprio. A quel punto l’artista non cercherà il consenso del pubblico a tutti i costi, mancherà di quelle spinte egoiche e narcisistiche che sono il cancro delle espressioni artistiche, sarà leale con sé e con i fruitori del proprio prodotto artistico. I soldi non saranno più il motore dell’arte. L’unica cosa che scaturirà in maniera evidente e la relazione empatica con gli altri. L’artista esprime l’abisso del proprio animo per entrare in relazione con gli altri. La relazione con gli altri non è uno scopo da perseguire per l’artista, infatti si trovano molti artisti scontrosi, tuttavia è l’opera d’arte che crea la relazione. Quando l’artista è diretto dalla propria essenza, la relazione con gli altri è profonda.

A questo punto mi va di ricordare che più di una volta leggendo o guardando delle interviste a celebri e affermati musicisti jazz (mi vengono in mente Herbie Hancock, Kurt Rosenwinkel e Johnathan Kreisberg) sempre veniva fuori il concetto che è importante capire chi sei e diventare una persona migliore: questo che viene dato come un consiglio ai giovani musicisti, è spesso sottovalutato. Secondo me è di un’importanza capitolare, perché non puoi diventare un artista se non trovi te stesso, perché solo nell’abisso del TUO animo puoi andare a pescare. Se a quell’abisso non hai accesso perché delle forme mentali cristallizzate nel corso del tempo parlano per te, non puoi fare arte: arte è espressione dell’abisso dell’animo umano. Io il mio. Tu il tuo. Gianni il suo. Maria il suo.

Se anche il pubblico non fosse identificato con la mente  che crea “uno schermo opaco fatto di concetti, etichette, immagini, giudizi e definizioni”, allora non ci sarebbe bisogno di fare delle classifiche e delle competizioni tra espressioni degli abissi degli animi umani. Se Gianni e Maria fanno due opere che esprimono i rispettivi abissi dei rispettivi animi, il pubblico retto non giudica, ma osserva, ascolta e basta. Si arricchisce di espressioni di altri abissi. Entra in relazione. Non succede diversamente se vado a mangiare una pizza con due vecchi amici, Franco e Maria, che mi raccontano le loro storie. Ascolto; non giudico; mi arricchisco della relazione e non produco spazzatura mentale. Voglio precisare che anche l’innocua parola “bravo”, che il pubblico usa spesso per  descrivere una performance o giudicare un’opera d’arte, presuppone che si stabilisca una gerarchia, una classifica in cui quella persona o quell’artista ricopre un posto di rilievo. È innegabile che “bravo” presupponga l’esistenza di meno bravi grazie a cui esiste un vertice della classifica. Tuttavia se gli artisti sapessero esprimere l’abisso del proprio animo e il pubblico non fosse incline alle competizioni, la comunicazione artistica e le relazioni avverrebbero in maniera fluida. Io ho imparato alle elementari che non puoi sommare pere con le patate, quindi nemmeno farle competere. Non capisco perché si possa e si voglia far competere Franco con il resto del mondo. Non si può, a meno che non si accetti che ognuno concorra nella propria categoria, ma sarebbe davvero stupido essere tutti medaglie d’oro ciascuno della propria categoria: tanto vale che la competizione non ci sia.

Perché succede che l’artista rinunci ad esprimere l’abisso del proprio animo, inseguendo la volontà di esprimere qualcosa usando le parole che un altro artista ha usato per esprimere l’abisso del proprio animo? In altre parole perché un essere umano vuole essere un artista? Perché un essere umano vuole essere come quell’ artista famoso o come quell’altro?

Il motivo è che lo idolatra e vuole gli stessi vantaggi in termini di soldi, fama, successo e riconoscimento sociale. Vuole una vita diversa da quella che ha; ma non una qualsiasi, proprio quella lì. E come avviene?

“La società della prestazione (Leistungsgesellschaft) è interamente dominata dal verbo modale POTERE, in contrapposizione alla società disciplinare che esprime divieti e si serve del DOVERE. A un certo punto della produttività, il DOVERE si scontra rapidamente con i suoi limiti. Per accrescere la produttività, viene sostituito dal POTERE. Ai fini dello sfruttamento, l’appello alla motivazione, all’iniziativa e al progetto è più efficace di frusta e comando. Come imprenditore di se stesso, il soggetto di prestazione è libero dal momento che non è sottoposto a nessun altro che lo comanda e lo sfrutta, ma in realtà non è libero, perché egli sfrutta se stesso del tutto volontariamente. Lo sfruttatore è lo sfruttato. Il soggetto è al tempo stesso vittima e carnefice. L’autosfruttamento è molto più efficace dello sfruttamento estraneo, perché si accompagna a un sentimento di libertà. Lo sfruttamento diventa possibile, così, anche senza dominio. (…)

Il TU PUOI genera pesanti costrizioni, che regolarmente annientano il soggetto di prestazione. La costrizione autoindotta gli appare come libertà, così da non essere riconosciuta in quanto costrizione. Il TU PUOI esercita persino più costrizione del TU DEVI: l’autocostrizione è più fatale della costrizione estranea, poiché contro se stessi non è possibile alcuna resistenza. Il regime neoliberale nasconde la propria struttura costrittiva dietro l’apparente libertà del singolo individuo, che non si concepisce più come un soggetto sottomesso (subject to) ma come progetto da plasmare. In ciò consiste la sua astuzia. Chi fallisce è per di più lui stesso , colpevole, e da quel momento in poi porta questa colpa con sé. Non c’è nessun altro che possa essere reso responsabile del suo fallimento. Non c’è neppure alcuna possibilità di perdono e di espiazione.”

Byung-Chul Han, Eros in agonia, Nottetempo, 2013, Milano.

È proprio la consapevolezza e l’autocostrizione del TU PUOI che fa sì che tante persone continuino a vivere una vita che a loro non appartiene. Tanta parte della cinematografia hollywoodiana, del resto, ha presentato questo paradigma come la caratteristica dell’uomo vincente: se lo vuoi veramente e ti impegni, puoi farcela sicuramente (TU PUOI). Ciò non è assolutamente vero, poiché se sbaglio obiettivo mi affanno e mi struggo per niente. Se è vero che l’impegno paga, non è vero che sia bastevole a raggiungere l’obiettivo di suonare come Chick Corea o a dipingere come Caravaggio o a scrivere come Joyce. Quegli obiettivi non sono raggiungibili in nessuna maniera. Non è possibile scrivere come Joyce perché nessuno È Joyce.

Nessun verbo modale può regolare la nostra vita, né DEVI, né PUOI, né VUOI. Solo il verbo essere può. IO SONO. Mi ricongiungo al centro della mia anima, essenza, spirito, chiamiamolo come vogliamo e dirigo ogni mia azione, compresi i miei prodotti artistici, dal mio centro più profondo. Quello che sono. IO.

Un pensiero su “Il mio amico e l’arte

  1. Già finito?
    Arrivata all’ultima parola, mi sono rattristita.
    Non so dirti se perché scritto bene o per l’argomento discusso, ma sto ancora viaggiando nelle tue parole scritte, avrei continuato a leggerti per ore. Non ti dico bravo, ma grazie. Ottima lettura

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