Il silenzio è sempre visto come una mancanza, una assenza di rumore, fruscio, chiacchiericcio. C’è silenzio quando manca il suono; chiudo le finestre così smette di entrare il frastuono delle macchine, chiudo la porta così non sento la televisione del mio co-inquilino, vado in montagna il fine settimana così evito il caos della città e sto tranquillo. I più bravi tra noi hanno così rispetto della tranquillità e del silenzio altrui che mancano di parlare ad alta voce in un luogo pubblico, abbassano la suoneria del cellulare dove può disturbare o spengono l’automobile ferma in coda durante le ore notturne. Per alcuni, eccessi di zelo, per altri, normale amministrazione. In entrambi i casi il silenzio assurge a elemento sacro della vita di ciascuno, che va preservato e reso possibile.

Cosa ci garantisce che il silenzio come assenza di suono sia veramente silenzio? La mancanza di rumori e stimoli uditivi esteriori è condizione sufficiente per poter parlare di silenzio? Quando manca il rumore possiamo già sentirci all’interno del silenzio? E questo silenzio è quella cosa sacra che tanti intendono preservare?

Purtroppo il silenzio è difficile da esperire perché il rumore è dentro di noi. Questo rumore di fondo che è sempre presente in noi è come una televisione sempre accesa 24 ore su 24, che ci parla e ci racconta dei traumi del passato e delle aspettative e delle bramosie riguardo al futuro. Altrimenti si può immaginare di essere passeggeri di un viaggio in aereo con altri che ti parlano costantemente del tuo passato e del tuo futuro e tu dai loro retta e con ciascuno intavoli una discussione, senza, tuttavia, poterti muovere perché il biglietto ti inchioda al tuo posto. Questo chiacchiericcio è sempre rivolto a quello che non c’è: il passato perché è passato e il futuro perché non c’è ancora. I pensieri infatti vanno avanti e indietro come cavalli impazziti, saltando da ansie e traumi del passato alle attese del futuro.

Trascorriamo parecchio tempo cercando la felicità quando il mondo intorno a noi trabocca di meraviglia. Essere vivi e camminare sulla terra è un miracolo, eppure la maggior parte di noi sta correndo, come se esistesse un luogo migliore in cui andare. La condizione essenziale perché possiamo sentire il richiamo della bellezza e rispondervi è il silenzio. Se non abbiamo il silenzio dentro noi stessi – se la nostra mente, il nostro corpo, sono colmi di rumore – non possiamo udire quel richiamo”.

(Thic Nhat Hanh – “Il dono del Silenzio”, ed. Garzanti, 2015, Milano)

Non paghi della difficoltà di trovare il silenzio nello scalpitare dei pensieri, l’esistenza di ogni cittadino si declina sempre uguale, in apnea, sommersa in un mare di stimoli. Uno dei tanti è la musica in streaming dal telefono o dal computer, che comincia la mattina appena svegli e riempie tutti i momenti “morti” della giornata, fino ad arrivare alla sera e alla notte quando il letto ci richiama per il ristoro (forzatamente in silenzio); ristoro che magari si ha il coraggio di disturbare addormentandosi con la musica accesa. L’euforia del sogno di possedere tutta la musica del mondo, unitamente alla possibilità di averla sempre con sé e riprodurla ovunque si è rivelata una droga volta a cancellare per sempre il silenzio. Grazie ai dispositivi portatili come telefoni, ricchi di spazio d’archiviazione, e lettori mp3 o tablet e a cuffie e auricolari, che ormai sono accessori fondamentali del look di tanti giovani, si perpetra il rumore nelle orecchie di tutti.

Un altro stimolo rumoroso è legato al lato social del computer; la farsa del “che bello essere tutti uniti, tutti in contatto”, la bugia dell’avvicinamento tra le persone e la possibilità di comunicare con estrema facilità con tutti, che si traduce nel continuo controllo delle mail, nel continuo controllo del proprio profilo facebook alla ricerca di un consenso come un like, o un commento, o un messaggio, nel controllo dei profili altrui, nel desiderio di mettersi in mostra per apparire quello che forse non si è, contribuendo in maniera massiccia al rumore interiore: è un rumore, questo, che tiene occupato l’essere umano e gli evita il “peso” di pensare a se stesso e alla bellezza che lo circonda. Si sceglie sempre la cosa più colorata, ma non sempre è la cosa giusta, si dovrebbe provare a dare un limite o almeno bilanciare gli eccessi in modo da ristabilire una direzione retta. Per chi ha sempre mangiato cibi fritti, ricchi di grasso, sembrerà assurdo voler scegliere una foglia di insalata non condita, appena colta; tuttavia una dieta a base di cibi fritti e grassi porta indubbiamente ad un peggioramento dello stato di salute del corpo umano,  che trarrebbe un beneficio da un differente regime alimentare.

La televisione e lo streaming video (youtube, film on demand e analoghi) riempiono gli spazi interiori dell’essere umano che ancora sono a disposizione con immagini e suoni che rimarranno a rumoreggiare nell’interiorità di chi le ha viste e sentite e che le ospita dentro di sé.

Per mia fortuna mi occupo da tanto di insegnare musica; questo insegnamento lo vivo come il tentativo di preparare i ragazzi a formarsi da soli, formando il contenitore piuttosto che riempire con un contenuto. Più volte mi è capitato di rilevare come le giovani generazioni di musicisti siano sommersi da stimoli, da proposte didattiche, da contenuti, da possibilità tecnologiche per apprendere, ma più di tutto siano schiacciati dal peso della tanta musica che ascoltano e guardano. Questo ascolto è talmente compulsivo da essere diventato una droga, o più precisamente, una dipendenza: perché come dice Silvano Agosti, celebre cineasta e poeta, “non è la droga che uccida, è la dipendenza”. In più l’ascolto e la visione di tanti musicisti mette alla portata di molti i segreti tecnici e i trucchi del mestiere di tanti artisti; questa cosa rende possibile come non mai  il suonare “alla maniera di”, o il suonare “nello stile di”. Il mio amico Phil Mer, noto batterista italiano, non sbaglia nel dire che questa è un’epoca di forte manierismo artistico. Questo è tanto vero quanto ogni essere umano è costantemente attaccato con violenza dal rumore. Come fa un musicista a trovare se stesso nel rumore? Come può un musicista essere sé stesso? Come può trovare un musicista la propria voce interiore se è continuamente distratto dalle voci degli altri? Come può un musicista suonare sé stesso? Come può un musicista dire qualcosa di sé, se non c’è mai silenzio? Ovviamente, non può. Non può nascere niente dal rumore; nel rumore l’inizio e la fine dei suoni si mescolano, la confusione è la cifra del rumore e niente si riesce a distinguere nella confusione, neanche un capolavoro.

Per questo motivo ho preso l’impegno di suggerire a tutti i miei allievi, sempre, di prendersi dei momenti di silenzio. Ritagliarsi come eroi un frammento di giornata anche piccolo in cui poter stare in silenzio. Senza stimoli come il cellulare o il computer. Facendo in modo che quella perla, piccola, di silenzio possa crescere col tempo lasciando ampi spazi in cui chiunque può trovare sé stesso. Quando sé stesso è trovato basta accudirlo come un piccolo, anche se piccolo non è, e seguirlo. Solo in questo modo essere musicisti può tornare ad avere un senso. Essere musicisti, infatti, si ridimensiona a porzione dell’essere sé stessi; cioè essere sé stessi è la cosa principale da perseguire per ogni essere umano, tutto il resto è secondario. Purtroppo come detto, pensieri compulsivi, musica, cellulare, computer e televisione sono in continua lotta contro di noi, e il sistema adottato è quello di tenerci continuamente impegnati e distratti. Solo il silenzio può ristabilire l’ordine nelle cose e la priorità di queste.

Alcune sere fa, a cena con degli amici appartenenti ad un coro di montagna del trentino, mi sono trovato a fare questa considerazione: nel passato, un compositore, non potendo ascoltare la musica a casa su un supporto comodo come un disco, una casetta, un cd, o in streaming dal computer, doveva per forza fruire della musica attraverso il concerto. Dal momento che lui, musicista del passato, era sempre in silenzio, quando andava ad un concerto, la musica veniva accolta con un altro spirito, proprio perché trovava il silenzio. Allora le impressioni che la musica di quel concerto suscitavano nel profondo, si mischiavano all’eco dei suoni, delle melodie, delle armonie e dei ritmi, che nell’orecchio gli rimanevano, offuscati dal tempo che passava; non erano ricordi nitidi, non c’era un cd che cristallizzasse per sempre quelle note. Quello che succedeva a quel punto era che il compositore sintetizzava al proprio interno qualcosa di nuovo frutto dei ricordi e delle impressioni di ciò che aveva sentito; era una sintesi unica e personale, che in nessun altro essere umano poteva verificarsi uguale. Si trattava però più di una intuizione che di una sintesi ragionata di due elementi diversi; nemmeno si trattava di una copia, perché l’originale da cui copiare mancava. Quello da cui traeva ispirazione era solo il ricordo che il compositore recava in sé dopo il concerto e che poteva accogliere solo ed esclusivamente perché il silenzio intorno glielo permetteva. Al giorno d’oggi non mi meraviglierei di vedere qualcuno che appena finito un concerto, o peggio durante un concerto, prenda il cellulare per controllare la bacheca di facebook e, appena possibile, senta che megarutto ha fatto il tuo amico in riva al mare durante le sue ultime vacanze. L’eco della musica appena sentita non ha neanche lambito l’anima di quella persona. Di quella musica non rimane niente perché il rumore ha chiuso tutte le entrate.

Erling Kagge nel suo libro “Il Silenzio”, edito da Einaudi scrive quanto segue:

Il silenzio può manifestarsi ovunque e in qualunque momento, proprio davanti al nostro naso. Ce lo creiamo mentre saliamo le scale, prepariamo da mangiare o ci concentriamo sul respiro. È vero che facciamo tutti parte di un continente, ma dobbiamo essere consapevoli in ogni istante della potenziale ricchezza di essere un’isola.

Il silenzio parla se c’è silenzio.

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