Dal momento che per far vivere la musica, frutto della penna di un compositore, c’è bisogno di un insieme di elementi tra cui persone che suonino e persone che ascoltino, trovo meraviglioso poter attribuire alla musica lo status di rito collettivo. È proprio nella collettività riunita che la musica si esprime, sia che si guardi al gruppo di musicisti che suona, sia che si guardi al gruppo di persone che ascoltano. Entrambi i gruppi sono al loro interno coesi in uno scopo comune (ascoltare o suonare) e armonizzati tra di loro da un amore reciproco: amore di coloro che ascoltano e amore di coloro che suonano.

Se si pensa che l’ascoltatore rivolga il suo amore all’oggetto musica, non si può tralasciare la gratitudine che ha nei confronti di coloro che ne permettono l’esecuzione, cioè i musicisti. Dalla parte opposta è vero che il musicista ama la musica, ma certamente suona per un pubblico a cui volge i propri ringraziamenti e il proprio amore. C’è reciproco altruismo nel rito della musica. È un rito positivo pieno di luce e amore.

La qualità di rito sociale della musica è imprescindibile anche quando la musica salta il passaggio del compositore e si autogenera in maniera estemporanea grazie a quel processo incredibile della fantasia chiamato improvvisazione. C’è sempre un rapporto tra chi suona e chi ascolta, dialettico nella maggior parte dei casi e d’amore nei casi più di spicco.

Se, però, all’interno di questo reciproco rapporto d’amore del rito musica, si vengono ad instillare elementi esogeni alla pura pratica del suonare e dell’ascoltare, il rito si spegne e si corrompe immediatamente. Se il musicista non suona per suonare, quindi ha un altro fine all’azione di suonare e se l’ascoltatore non ascolta per ascoltare, ma per altri fini, tutto crolla. Si direbbe nella tradizione buddista che l’amore per l’azione viene meno. Fare per amore del fare. Succede, quindi, che competizione, narcisismo, volontà di potenza, fama, brama di denaro, egocentrismo, competizione sessuale vadano ad inquinare l’agire di un musicista, così come giudizio, cattiveria, paragoni, superficialità vanno a distorcere l’ascolto del pubblico. Questi elementi sono patogeni anche per un retto vivere che con la musica non abbia a che fare, poiché dove si declinino non fanno altro che dividere gli esseri umani piuttosto che unirli.

Al proposito di chiarire meglio questo aspetto cito le parole di un monaco zen vietnamita, Thich Nhat Hanh, che nel ’67 è stato candidato al Nobel per la pace da Martin Luther King:

L’unico modo per comprendere pienamente è diventare l’oggetto della nostra comprensione; la vera comprensione ha luogo quando smantelliamo le barriere tra il soggetto della comprensione e il suo oggetto”.

La discriminazione, che distingue tra questo e quello e mette questo contro quello, è il fondamento di molta sofferenza. (…) Non c’è alcun sentimento di superiorità, di inferiorità e neanche di eguaglianza. Quando facciamo confronti, finiamo per considerarci superiori o inferiori, oppure cerchiamo di essere alla pari. Ma se ci paragoniamo discriminiamo, e se discriminiamo soffriamo”.

Quando c’è la saggezza della non-discriminazione, felicità e sofferenza non sono più una questione individuale”.

(“Fare pace con se stessi”, Thich Nhat Hanh – Terra Nuova Edizioni)

Queste meravigliose parole non possono essere applicate alla musica solamente: questo non sarebbe corretto dato che si tratterebbe di parzializzare un tutto omogeneo che è la vita o di distinguere due cose , la vita e la musica, che non possono NON inter-essere. Vita e musica co-esistono reciprocamente, cioè inter-sono, come “sangue e polmoni che sono sì due cose, ma nessuno dei due esiste senza l’altro” (“Essere Pace”, Thich Nhat Hanh – Ubaldini Editore).

Se queste parole sono vere allora non dovremmo scinderci dal tutto; non possiamo immaginarci distinti da tutti e in competizione con i nostri pari per un posto migliore, che significherebbe l’esistenza di un posto peggiore per altri; non dovremmo sentirci altro dai nostri simili a tal punto da sperare di diventare ricchi senza considerare che sei ricco solo se esistono tanti poveri.

Questi elementi estranei alla musica e alla vita in genere, ma purtroppo largamente presenti e connaturati al nostro modo di pensare liberista, vengono stimolati già a scuola nella competizione per un voto migliore, togliendo all’educazione l’aura magica del processo maieutico e mantenendo l’insegnamento come unica forma scolastica che, come ci insegna l’etimo del verbo insegnare, mira a lasciare un segno, un marchio.

Se una persona, quando fa musica, non avesse altri scopi che quello di suonare, suonerebbe se stesso; l’incapacità di trovare se stessi come esseri umani meravigliosi, fa sì che ci si perda dietro gli idoli, che sono dei palliativi al mancato reperimento di noi stessi. Gli idoli non esistono. Sono creazioni dell’uomo per nascondere la difficoltà di essere se stessi. Il solo Dio da seguire è noi stessi. Per “Dio” e “idoli” non si intendono solo cantanti e musicisti famosi che nell’iconografia classica sono visti come degli idoli, ma bensì tutte quelle cose che ti allontanano dall’essere quello che sei: soldi, fama, sesso e potere tra i più comuni. Per quale motivo la brama di soldi, ad esempio, dovrebbe allontanarmi dallo scopo principale della mia vita, che è essere me stesso? Se io ragiono in termini di opportunismo circa la possibilità di fare sempre più soldi, sto esercitando un pensiero finalizzato ad uno scopo, che criticherà e soppeserà ogni evento della mia vita in base a che mi convenga o meno. In questa maniera ha reso il mio agire quotidiano meramente meccanicistico, cioè ad un stimolo reagisco solo in quella maniera perché mi è conveniente. Recuperare la possibilità di essere liberi di scegliere cosa fare, significa non sottostare ad un determinismo causale di calcolo, che sarebbe seguire un idolo, per poter rispondere in maniera  sempre varia e creativa agli stimoli della vita, cercando di infondere in ogni azione tutto l’amore di cui disponiamo. Se accettiamo il proposito di essere IO l’idolo di me stesso, allora il primo dei dieci comandamenti “non avrai altro Dio all’infuori di Me” calza perfettamente.

Se andiamo a vedere la storia della musica, tutti i più grandi compositori e tutti i più grandi esecutori, sono esseri umani che hanno dato qualcosa alla musica; quel qualcosa era la loro straordinaria unicità.

Per tornare ai due gruppi di persone da cui siamo partiti con le nostre considerazioni, musicisti e ascoltatori, dico in conclusione che la musica, qualsiasi, può trovare proprio nel rito collettivo la sua massima espressione. Sia che si tratti del Parsifal nelle celebri rappresentazioni di Bayreuth, o che si tratti di un coro di montagna o una festa di piazza a suon di taranta, o che si tratti di un concerto jazz all’interno di un festival o un cantautore in un club di berlino o un musicista elettronico nel club a fianco, la musica deve mantenere il rito collettivo, che nell’era dello streaming e dell’ascolto compulsivo è cosa rarissima. Deve mantenere il rito colettivo con lo spirito amorevole e di risonanza; io che ascolto sono in risonanza con le emozioni di colui che suona e chi suona è in risonanza con le mie emozioni.

Felicità e sofferenza non sono una questione individuale. La musica neanche.

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