Tra le forme d’arte, la musica è di certo quella più astratta. La musica non è presente fisicamente davanti a me; essa è astratta da un punto formale e da un punto di vista semantico. È la natura stessa della musica ad essere astratta, invisibile, nascosta. Ogni forma d’arte si presenta come un codice, un simbolo, un significante che rimanda ad un significato. La pittura e la scultura, ad esempio, sono il codice e sono davanti a noi mentre osserviamo; sono pronte per essere “usufruite” dal punto di vista artistico; nessun ulteriore passaggio è necessario, a meno che non sorga la volontà di chi osserva di farsi delle domande o esprimere delle considerazioni sull’opera o banalmente l’esigenza di esperire i propri moti emotivi interiori.
La letteratura va divisa in due macro aree, la prosa e la poesia. Quando si legge un romanzo ci si trova dapprima difronte al codice che è il significante. Questo da solo non è sufficiente per definire quel pacco di fogli di carta rilegata, un’opera d’arte. Sfido qualsiasi italiano a distinguere un manuale di agraria da “L’idiota” di Dostoevskij se scritti in russo. Se, quindi, trovandoci davanti al codice non possiamo contemplare ancora l’opera d’arte, significa che è necessario un ulteriore passaggio, che è la lettura. Dobbiamo compiere l’azione di leggere per permettere all’opera d’arte di compiersi o meglio, completarsi. Leggendo succede un’altra cosa: il significante prende forma nella nostra fantasia sotto forma di immagini. Noi creiamo una realtà che non esiste, perché le lettere e le parole che leggiamo non sono quello che raccontano, ma formano dei significati che non rimangono astratti nella nostra mente, ma si cristallizzano in rappresentazioni particolari di qualcosa che non ho davanti agli occhi e ai sensi.
Tutto quel che ne potevamo vedere noi era l’affacciarsi all’orlo del muro delle foglie oscure d’una pianta nuovamente importata dalle colonie americane, la magnolia, che sui rami neri sporgeva un carnoso fiore bianco” (“Il barone rampante”, Italo Calvino – ed. Mondadori, 2012). In questa frase si parla di un muro che noi non conosciamo né possiamo vedere, ma che ricostruiamo nella nostra fantasia facendo riaffiorare a galla qualche rappresentazione di “muro” che nel passato abbiamo sicuramente visto. Un po’ come cercare la parola “muro” in un motore di ricerca per immagini e selezionare quella che più si confà al contesto. Stessa sorte capita all’albero di magnolia, ai “rami neri” e al “carnoso fiore bianco”. Cerchiamo le immagini adatte e costruiamo una scena nella nostra fantasia e ci troviamo in una situazione simile al cinema, con la differenza che le immagini saranno tutte diverse tra i lettori, perché ognuno crea la sua scena.
Lo studio era intriso di uno splendido odore di rose, e quando la lieve brezza estiva frusciava tra gli alberi del giardino, dalla porta aperta penetrava il pesante profumo delle serenelle, o quello più delicato dei rosaspini” (“Il ritratto di Dorian Gray”, Oscar Wilde – ed. Mondadori, 2008). In questo esempio c’è il riferimento ad un profumo di rose; viene, cioè, chiamato in causa attraverso un significante, un significato che attiene alla dimensione dell’olfatto. Tutti avranno sperimentato come sia difficile ricordare un profumo o un odore in genere. È quasi impossibile rivivere nel naso le sensazioni strettamente sensoriali di una rosa. Quello che riaffiora come ricordo è il riflesso emotivo, che il profumo di rosa ha suscitato in noi quando è stato esperito realmente. La lettura della prima frase di questo romanzo, predispone il lettore alla creazione di uno stato emotivo, probabilmente rilassato e disteso. Nulla di più sappiamo. Ci sono poi “una brezza estiva”, “gli alberi”, “il giardino” e una “porta aperta” da immaginare al fine di creare la scena, che, come detto, sarà diversa per ciascun lettore. Poi c’è un profumo pesante e uno delicato che mi predispongono a due stati emotivi: il primo di disagio per un odore probabilmente sgradevole perché pesante e il secondo di distensione e tranquillità per via di un odore delicato. Cosa siano le serenelle e i rosaspini, purtroppo, non so; la pigrizia mi ha dissuaso dal cercare informazioni su questi due vegetali. Rimangono due buchi neri nella scena da me ricostruita: le serenelle e i rosaspini.
Quando io ho dato vita ai codici, ai significanti, interpretandoli e cogliendone il significato, si compie la comunicazione dell’artista verso i fruitori dell’opera di prosa. A questo punto, come nel caso delle arti visive, potrebbe esserci spazio per una facoltativa (non sempre necessaria) interpretazione, una considerazione, un’emozione, o per la triste evenienza del “niente emotivo” da parte del lettore.
Differentemente dalla prosa, la poesia ha bisogno di un passaggio supplementare: l’interpretazione. Dopo l’operazione di decodifica del codice, cioè assegnando significato ai vari significanti, le lettere e le parole, ricostruiamo una scena che da sola non è sufficiente. È un po’ come immaginarsi con ciò che leggiamo una scena che è a sua volta un simbolo a cui va dato un significato. È come chiedere un’informazione ad uno straniero e ricevere una risposta in una lingua che non conosci e per di più la risposta è nascosta dentro un indovinello; prima va tradotta la risposta (creazione della scena dando significato ai significanti come nella prosa) e successivamente va risolto l’indovinello (la scena da sola non basta a riferire i pensieri dell’autore, gli oggetti e la scena sono un rimando a qualcos’altro). Perché la comunicazione artistica poeta-lettore si compia va compreso anche il riferimento, l’allusione che i significati hanno: va afferrato il significato del significato.

Ascolta, figlio, il silenzio.
È un silenzio ondulato,
un silenzio,
dove scivolano valli ed echi
e che piega le fronti
al suolo.

Senza volerci addentrare troppo nell’interpretazione di questa poesia Federico Garcia Lorca, che si chiama “Il Silenzio”, basti evidenziare la sinestesia di “silenzio ondulato” in cui i due termini accostati appartengo originariamente a due sensi differenti (silenzio-udito, ondulato-vista). Quando il lettore si trova a leggere “silenzio ondulato” opera dapprima la decodifica del significante e dà alla scena le immagini delle rappresentazioni che si è fatto nella sua vita, o come nel caso del profumo, la risonanza emotiva che quella parola suscita. “Silenzio ondulato”, però, non dà origine ad un significato che da solo sia sufficiente; è necessario operare la seconda e ultima decodifica, interpretando la metafora di un silenzio a onde, che nella realtà non si dà. Questa interpretazione, benché, indirizzata nella stessa direzione sarà lievemente diversa in ciascun lettore. Rimane il fatto che sia necessaria una doppia decodifica per trovare il significato del significato.
Tralasciando il teatro, la danza e il cinema che sono in misura diverse tutte forme d’arte riconducibili alle arti visive o alla letteratura e le arti in genere che adottano deliberatamente un linguaggio astratto, che, quindi, come nella poesia necessiteranno della doppia decodifica (significato del significato), rimane da capire perché e in che maniera la musica sia la forma artistica più astratta.
La musica non esiste di per sé; non c’è una parte materiale che renda la musica visibile o toccabile, come succede per quadri e sculture, che sono fisicamente presenti a prescindere dal fatto che siano arte o no, o che piacciano o meno. La musica non c’è. Come nella letteratura, anche nella musica si dà una superficie cartacea con dei segni simbolici scritti con l’inchiostro, che rimandano ad un significato; dal significante al significato. Pochissimi però sono in grado di leggere la musica, anche se questo non sembra scoraggiare i tanti appassionati. A differenza della letteratura, inoltre, dove la decodifica dei simboli (lettere e parole) può essere fatta senza troppi problemi dal lettore, nella musica questo non è possibile, neanche per un capace musicista. I simboli, i segni e le indicazioni scritti o stampati su un pentagramma non permettono ad un lettore il recupero di immagini fisiche dal proprio vissuto. Questi simboli non sono un riferimento a qualcosa di esistente nel mondo reale, come lo erano negli esempi sopra la magnolia, il muro, la brezza estiva, la porta aperta o ancora il profumo di rose o il silenzio fatto ad onde. I simboli e i codici della notazione musicale, le note, rappresentano dei suoni: timbri e altezze. Dal momento che una nota sola non ci suscita nessun riverbero emotivo, non possiamo neanche sperare di costruire una scena emotiva partendo dalla mera lettura delle note. La musica non c’è ancora; necessita di una terzo passaggio di decodifica dei simboli perché se ne possa usufruire. Questo terzo passaggio è il momento cardine di tutta la musica; è qui che il musicista prende in mano uno strumento ed esegue una serie di suoni organizzata dal punto di vista del timbro, delle altezze, della dinamica e del ritmo. La maggior parte delle volte non è neanche sufficiente questo passaggio, perché generalmente la musica nasce dall’incontro e dall’intreccio di più strumenti, a meno che non si tratti di una composizione per strumento solo. Quindi è necessario assemblare tutte le voci di cui è composta la musica, facendo suonare insieme più musicisti, affinché venga restituita l’idea originaria del compositore; su di questo suono organizzato che esce dall’insieme degli strumenti di un’orchestra, si fonda la comunicazione artistica tra compositore e ascoltatore. È solo dopo aver ricomposto il messaggio musicale tramite altri esseri umani (i musicisti) e oggetti dalla funzione specifica (gli strumenti musicali) che l’ascoltatore può beneficiare della musica. Tuttavia nel momento in cui ascoltiamo la musica, come fenomeno fisico di perturbazione dell’aria che attraverso il timpano giunge come stimolo elettrico al nostro cervello, sentiamo dei suoni che nella natura non esistono, quindi è ancora difficile assegnare un significato a ciò che giunge alle nostre orecchie. Se io ad esempio sentissi come musica il ruggito del leone o un rumore di gocce d’acqua, avrei delle immagini per costruire una scena, ma se sento il quartetto in Fa maggiore di Ravel non ho nessun riferimento al mio vissuto da far emergere perché una scena venga creata. È a questo punto che la musica mostra senza sconti quanto sia astratta. Infatti, nonostante, siano serviti un compositore, fogli, inchiostro, degli strumentisti che avessero la volontà di suonare, degli strumenti adeguati, una sala da concerto, sedie, leggii, e un pubblico che avesse volontà di ascoltare, la musica non si presenta ancora come qualcosa di facile da utilizzare. Alcuni a questo punto interpretano, cercano riferimenti nella natura, come gli uccellini nella 6^ sinfonia di Beethoven, ma non sempre è possibile; ci si domanda cosa volesse comunicare l’autore spesso senza capirlo; si piange, si ride, si cerca un motivo ricorrente, si distingue la parte di uno strumento minore, si segue il tema principale. È davvero difficile se non addirittura impossibile rimanere senza reazione, anche perché l’udito, che è il senso coinvolto nella musica, non può essere interrotto con la semplicità con cui si chiudono gli occhi; è necessario un impegno fisico, quale quello di portarsi le mani alle orecchie e schiacciare forte per impedire che il suono raggiunga il timpano. Molto ci sarebbe da dire e soprattutto da chiedersi sui perché questo linguaggio così astratto e senza riferimenti nel mondo fisico sia di così efficace presa su tutte le persone, in maniera trasversale rispetto ai livelli di scolarizzazione, estrazione sociale, reddito. C’è da chiedersi se il contenuto della musica sia dentro la musica o in chi ascolta; cioè se la musica reca in sé un linguaggio universale, il cui contenuto immanente raggiunge chiunque, non importa quale sia la provenienza culturale (Cina, Francia, Marocco, Russia); oppure se la musica, originata all’interno di una cultura, può riferirsi solo a coloro i quali, quella cultura, l’hanno introiettata e quindi hanno gli strumenti per capirla. Benché io non abbia ancora una risposta definitiva, propongo delle riflessioni. Sarei tentato dal dire che l’adagio della 3^ sinfonia di Mahler sia universalmente una pezzo di musica che chiunque potrebbe apprezzare riconoscendovi delle caratteristiche di bellezza formale e semantica assolute; sarei tentato. Tuttavia, se io mi trovassi di fronte ad un capolavoro simile a quello citato, ma appartenente ad una cultura diversa, ad esempio quella cinese, non credo riuscirei a sentirmi a mio agio. Sono costretto, quindi, a vivere la bellezza di Mahler come un riflesso della mia biografia; nessun linguaggio universale. Universale sarebbe l’amore tra gli esseri umani, tra cui ci sono anche i musicisti, così come gli ingegneri, i dottori, i contadini e gli scrittori. Ma che siamo di fronte ad una omologazione di massa, verso una cultura che non è la nostra, sarà sicuramente un post nell’immediato futuro.

2 pensieri su “La musica è tutta astratta

  1. In Italia le idee dell’arte astratta pura vennero accolte piuttosto tardi, attorno agli anni trenta, ma si svilupparono in forme di grande spessore artistico, che aprirono la strada a molti dei piu originali movimenti del secondo Novecento.

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